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I "falsi miti" di un amore romantico

Immagine del redattore: Terapia per le RelazioniTerapia per le Relazioni


Il 25 novembre, Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne presso il Centro Studi Americani a Roma, abbiamo presentato il nostro libro "L'amore non è romantico" come strumento di prevenzione a favore delle relazioni sane. Abbiamo deciso di condividere con voi le domande e i nostri interventi.


Ci teniamo a specificare che in occasione della Giornata ci siamo rivolti ad un pubblico femminile, ma ciò non toglie che episodi di violenza siano messi in atto in alcuni casi anche nei confronti del sesso maschile e, seppure principalmente attraverso una violenza psicologica, non sono per questo da considerarsi meno gravi e/o degni di nota.



Perché il titolo: l’amore non è romantico?


Dott. Orelj: Il titolo del libro è volutamente provocatorio in quanto crediamo che ciò che ad oggi passa e viene descritto sotto l’etichetta di romantico sia in realtà, nella maggior parte di casi, connotato da meccanismi che possono essere classificati come disfunzionali se non anche patologici.

Ogni relazione nasce con la propria quota di tormento e idealizzazione dell’Altro e questo è più che normale in una fase iniziale che è quella dell’innamoramento; successivamente se permangono, ad esempio, le modalità legate al “tira e molla”, alle sparizioni, all’incertezza, alla gelosia che spesso vengono considerate romantiche, in realtà si corre il rischio di vivere una relazione tutt’altro che basata sul romanticismo. C’è poca chiarezza in termini relazionali rispetto ai concetti di amore, di romanticismo e delle diverse sfaccettature che la sessualità può assumere, ma soprattutto riguardo l’apparentemente sottile differenza tra bisogno di relazione e desiderio: mentre infatti il primo traduce una dipendenza, il secondo è il segnale di una scelta consapevole. La confusione in merito funge da terreno fertile per legami tossici nel quale il partner viene sfruttato per colmare vuoti e rimarginare ferite personali. In breve, l’Altro non più come persona ma come strumento, un oggetto con il quale inconsapevolmente e vicendevolmente non si riuscirà né vorrà realmente entrare in relazione.


Dott.ssa Cavalieri: In molti casi vi è l’assenza di punti di riferimento utili alla persona per classificare come sano o meno un determinato comportamento del partner. Proprio per questo all’interno di ogni capitolo del nostro libro abbiamo inserito un sottotitolo in corsivo che funge da spia in termini di proposta del comportamento funzionale da adottare in risposta a delle citazioni tratte da libri, film o canzoni che, seppure descrivono al meglio i versanti estremi del sentimento amoroso, se tradotti e mal interpretati nella vita reale rischiano di passare per l’unica modalità di approccio alle relazioni.

Il concetto di “romantico” passa attraverso lo stare insieme ad una persona non per bisogno, ma per desiderio. Le relazioni possono assumere forme più solari ma non per questo meno piacevoli, meno strazianti ma non necessariamente meno intense. L’affetto maturo, quando basato su valori e obiettivi condivisi, comporta rispetto e desiderio al posto del bisogno e della dipendenza e può risultare decisamente più romantico di quello idealizzato e tormentato.

Siamo dell’idea che l’amore maturo, basato su valori e obiettivi condivisi sia molto più romantico di quello idealizzato e tormentato, in quanto porta con sé la possibilità di un’unione imperfetta ma autentica e, al giorno d’oggi, probabilmente anche rivoluzionaria.



Nel libro vengono descritti meccanismi patologici che portano a relazioni non sane. Quali sono le situazioni che più frequentemente rischiano di sfociare in violenza?


Dott.ssa Cavalieri: Innanzitutto è difficile che si sfoci in una violenza dal nulla, spesso vi è una sua graduale implementazione. Uno dei meccanismi principali che è alla base riguarda il controllo. Il controllo può manifestarsi verbalmente nella svalutazione della libertà e delle scelte dell’altro, ma anche fisicamente, impedendo alla persona di avere uno spazio per sé e libertà di movimento. Uno dei classici esempi è durante una lite quando una delle due persone decide di prendersi un attimo per uscire di casa o per andare in un’altra stanza e questo le viene impedito dal partner che si contrappone fisicamente tra la persona e la direzione che vuole prendere. In questi casi si può arrivare ad atti di violenza fisica dove la persona per ribellarsi all’imposizione del partner lo spinge o prova a spostarlo; spesso accade che questo tipo di approccio venga percepito come aggressivo e il partner, sentendosi frustrato e impotente, risponda a sua volta “attaccando” fisicamente. Tali atti in molti casi sono giustificati nella mente della persona come risposta ad una propria provocazione e non riconosciuti come possibili fattori di rischio per l’instaurarsi di una modalità violenta di comunicazione.

Un altro fattore legato al controllo è la gelosia, spesso e purtroppo scambiata come forma d’amore. Tale modalità sfocia in un controllo e in una svalutazione costante del partner che finisce in un vortice di manipolazione all’interno del quale vengono meno i dati di realtà che possono permettergli di rendersi conto ciò che avviene realmente. Il controllo del telefono, frasi come “Ma dove vai vestita così”, “Cosa credi che non ho capito cosa fai quando vai in quel determinato posto?”, “Le tue amiche sono tutte stupide e tu sei ancora più stupida nel continuare a frequentarle”, “La tua famiglia ci sta remando contro”, “L’ho visto come l’hai guardato, tu ci stavi provando”… Queste sono solo alcune delle frasi che spesso vengono verbalizzate dal partner e che portano la persona ad isolarsi sempre di più per compiacerlo. Avviene un progressivo adattamento a questa situazione all’interno della quale la persona si toglie ogni tipo di possibilità di scelta in preda ad una totale confusione rispetto a ciò che riguarda la sua parte di responsabilità reale. Spesso la persona si fa sola, smette di raccontare alle amiche e alla famiglia ciò che succede all’interno della relazione e basa le sue valutazioni tramite un’unica verità, che è quella del partner. Purtroppo tale modalità porta la persona ad avere ancora meno la possibilità di leggere diversamente ciò che sta succedendo, finendo per normalizzarlo colludendo totalmente con il partner e con il suo modo di pensare.

Quando una persona vive in una condizione di isolamento sempre più progressiva, quando comincia a cambiare il proprio modo di relazionarsi agli altri, quando smette di essere se stessa per compiacere il partner, quando le richieste da parte di quest’ultimo continuano ad aumentare e c’è la sensazione che “non basti mai”, quando le liti sono sempre più frequenti e spesso sfociano in attacchi di rabbia da parte del partner che rompe oggetti o peggio li scaglia contro la persona, fino al caso estremo di violenza fisica, è molto probabile che si stia vivendo un circolo vizioso fatto di violenza e costrizione. La violenza fisica può essere l’unica forma oppure l’apice al quale si arriva dopo un po’ di tempo, ma ci sono dei fattori predittivi rispetto a questo.

Un ulteriore esempio, apparentemente banale, può essere anche l’impossibilità di accettare un No. All’interno del nostro libro abbiamo dedicato un capitolo su questo tema in quanto il dire no al partner presuppone la messa di un confine. Nei legami violenti il no non viene accettato, provoca rabbia, insulti, la messa in atto di modalità ricattatorie in un primo momento. Se tale comportamento non produce un effetto sulla partner, il rischio è che la frustrazione davanti al rifiuto non venga elaborata e porti alla messa in atto di violenza fisica estrema.

Se ci si fa caso, il problema quando nasce? Quando la violenza sfocia in modo esplosivo, una volta che si è instaurata una dinamica patologica, ma la persona tenta di mettere un confine, ovvero vuole ripristinare un equilibrio in termini di potere, parità e dignità.





Dott. Orelj: Quando finisce una relazione e il partner non accetta tale decisione per una ferita narcisistica e inizia ad adottare una serie di comportamenti assimilabili allo stalking, controllando l’ex compagna tramite messaggi, chiamate, imposizione fisica sotto l’abitazione fino ad arrivare a veri e propri attacchi e violenza fisica, la frustrazione e il vissuto di rifiuto sono inaccettabili e l’emozione della tristezza per la fine della relazione non viene elaborata come tale ma convertita in rabbia incontrollabile. La rabbia e il senso di impotenza, non mentalizzati, vengono agiti tramite aggressività e violenza.

Se ci pensate, tutti gli esempi citati dalla collega sono accomunati da un tentativo di ristabilire un confine nel momento in cui l’omeostasi, disfunzionale, che si era creata nella coppia comincia a barcollare, quando entrano in gioco l’impotenza, quando vengono meno il potere e il controllo. Inizialmente si tende a colludere con il partner, nella speranza che compiacendo prima o poi si accontenti. Purtroppo, l’asticella delle pretese sale e non ha un tetto, un limite: è nel momento in cui si prova ad imporre il confine che spesso scatta la violenza.


Quando è già in atto una relazione violenza, è troppo tardi?


Dott. Orelj: No, non è mai troppo tardi. È sempre favorevole ragionare in un’ottica preventiva, però non è troppo tardi. Sicuramente all’interno di queste situazioni si entra gradualmente, quindi il rendersene conto a tutti gli effetti può risultare ancora più doloroso. Nella tela, perché quella della violenza è una tela, è una morsa nella quale si entra un passo subdolo alla volta, si viene sedotti e abituati gradualmente a forme di aggressività, dalle più passive a quelle più manifeste, si passa dalle offese, alle minacce, fino all’atto.

Ciò che sarebbe importante fare è innanzitutto accettare, sia in termini cognitivi che emotivi, di essere all’interno di una relazione violenta, di avere un partner violento. Solo riconoscendo la violenza come un problema si può operare in direzione di una risoluzione. Non negare, non giustificare, non addossarsi le colpe per non aver visto prima ciò che stava succedendo, non chiudersi in se stessi, ma agire. In aggiunta a quanto detto fino ad ora, nei casi più gravi di violenza fisica estrema e di pericolo per la propria vita, una delle prime cose da fare è allontanarsi dal partner violento senza pretendere di raggiungere un accordo verbale antecedente a tale allontanamento. In alcuni casi addirittura è meglio evitare di mettere al corrente il partner della propria decisione e di dove si deciderà di andare. Nel momento in cui non vi è una rete di supporto (amici, familiari) rivolgersi alle forze dell’Ordine denunciando l’accaduto e successivamente trovare un posto alternativo alla propria abitazione (colleghi, associazioni, centri di riferimento sul territorio, hotel) dove poter alloggiare.


Dott.ssa Cavalieri: Non cedere a richieste di chiarimento successive o comunque non subito e assolutamente non da soli. Molti femminicidi avvengono nel momento in cui c’è un chiarimento a voce dove sembra che il partner abbia compreso la gravità della situazione ma che serve a lui solo a rimettere in scena una dinamica di controllo che se non viene ulteriormente accettata può raggiungere il climax della violenza.


Quali sono le conseguenze psicologiche di una violenza?


Dott. Orelj: Purtroppo esiste una vasta gamma di manifestazioni violente e quando si tratta l’argomento bisogna innanzitutto considerare e comprendere di che tipo di abuso si stia parlando (psicologico, fisico, se legato alla sfera sessuale); tanto dipende dalle risorse individuali della persona e tanto dalla rete esterna, sia sociale che familiare che amicale; non è secondario il chi effettua la violenza, se è un familiare o un estraneo: le variabili sono tantissime. Spesso si entra nell’area del trauma. Ad oggi si tende più a parlare di trauma cumulativo, ovvero prima si pensava che era necessario un trauma grande, eccessivo, oggettivo (sessuale, catastrofi naturali, morte improvvisa, e così via); oltre a tali eventi conclamati la percezione del trauma è nella testa di chi lo subisce, infatti può trattarsi anche di un maltrattamento ripetuto e perpetuato nel tempo, che si può definire appunto come trauma cumulativo. Sotto questa voce anche una relazione patologica, manipolativa e abusante anche solo dal punto di vista emotivo può rientrare in un’ottica traumatica e non deve necessariamente sfociare in violenza fisica.


Dott.ssa Cavalieri: Come conseguenza di base la persona sarà spaventata, vivrà con paura la relazione con l’esterno, ci sarà una difficoltà nel fidarsi e nell’affidarsi all’Altro percepito come una possibile minaccia emotiva/fisica a seconda del tipo di violenza subita.

In alcuni casi ci potrebbe essere un comportamento legato all’evitamento di alcune situazioni percepite come potenzialmente pericolose, fino al ritiro sociale e all’isolamento per un vissuto di colpa e vergogna per essere stata una vittima di violenza,

vissuta quest’ultima come stigma sociale, una “lettera scarlatta”: per tale ragione alcuni tipologie di violenza vengono nascoste e non dichiarate per anni e in alcuni casi mai denunciate.

La persona si addosserà le colpe per non aver visto, non aver reagito prima, non aver trovato una via di fuga o delle alternative sul momento, essere rimasta in una relazione patologica, aver perso tempo e non essersi protetta. Proprio per quest’ultimo aspetto anche i livelli di autostima e di capacità di lettura dei segnali in termini di protezione di se stessi vengono messi in discussione; in alcuni casi la persona avrà anche difficoltà a fidarsi di sé e del proprio modo di leggere la realtà circostante vissuta come possibile fonte di pericolo imprevedibile.


Secondo la vostra esperienza come una donna può riconoscere i segnali di una relazione patologica e cosa può fare per salvarsi/tutelarsi?


Dott.ssa Cavalieri: Crediamo che la prevenzione sia la parte più importante per potersi tutelare da potenziali atti di violenza fisica futuri in quanto spesso ci sono dei segnali precedenti ad essa che passano per delle forme di violenza psicologica. È assolutamente possibile riconoscere i segnali, alcuni li abbiamo citati in precedenza, come ad esempio il sentirsi controllati, il non sentirsi liberi, la sensazione di perdere se stessi e soprattutto la sensazione di paura nel momento in cui si dice ciò che si pensa o si fa ciò che si vuole, o peggio, quando proprio a causa di questa paura si decide di annullarsi per evitare situazioni pericolose legate alla rabbia del partner. Un aspetto importante riguarda anche il non isolarsi, mantenere una rete amicale, tenere saldi i legami familiari, non attribuirsi le colpe sentendosi “sbagliati” e soprattutto permettersi di chiedere aiuto, esporre i propri dubbi su ciò che si sta vivendo, rivolgersi a centri specializzati o alla figura dello psicologo. Ci è capitato di incontrare donne che fossero in situazioni relazionali come quelle alle quali abbiamo fatto riferimento in precedenza e spesso la riformulazione dei fatti e di ciò che viene raccontato da parte di un esterno aiuta la persona a vedere la situazione attraverso uno specchio e a rendersi conto di ciò che sta succedendo.


Dott. Orelj: Sempre in un’ottica preventiva, sarebbe importante rafforzare e implementare un’educazione all’affettività sana. Ciò che abbiamo notato attraverso la nostra esperienza clinica è che alcune donne che si ritrovano a vivere una relazione violenta sotto diverse forme, sono cresciute all’interno di famiglie o contesti violenti che purtroppo hanno permesso la normalizzazione dell’aggressività diretta o indiretta. Da qui nasce l’impossibilità di valutare come grave o rischioso un comportamento in quanto parte della propria storia personale e vissuto come assolutamente normale; anzi, in alcuni casi è come se la persona in qualche modo se lo dovesse meritare, come se non si sentisse degna di altro, come se non ci fosse la possibilità per lei di essere al centro di una relazione sana, equilibrata, alla pari, perché non sa cos’è, non ne ha mai potuto fare esperienza.



Da sinistra l'Avv. e Segretario Generale Terzjus Gabriele Sepio, la Dott.ssa Elena Cavalieri, il Dott. Aleksandar Orelj, la Senatrice Beatrice Lorenzin, la Dott.ssa Concetta Mirisola Direttore Generale dell'Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti ed il contrasto delle malattie della Povertà, la Dott.ssa Sara Vinciguerra, il Prof. Raffaele Bracalenti medico, psicoanalista, Presidente dell'Istituto Psicoanalitico per le Ricerche Sociali.

 

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